Scuola: eternamente in bilico tra passato e futuro

Nel giro di 5 anni abbiamo assistito a numerosi scioperi, contestazioni, mobilitazioni contro ogni possibile cambiamento. Una tendenza direi quasi “conservatrice” (o forse è meglio dire “eternamente polemica”) degli studenti che è diventata più acuta nei confronti di quella che voleva essere una “rielaborazione della scuola (quella in stile Gentile) in chiave moderna: la riforma Gelmini.
Tra docenti, politici, studenti ed ignoranti in materia sono spuntate le più disparate opinioni sugli “interventi necessari al necessario cambiamento” dell’istituzione scolastica.
In questa massa informe di giudizi, raramente qualcuno è riuscito a fondare il proprio discorso sulla definizione di scuola. D’altro canto anche i dizionari sembrano averlo dimenticato:”Istituzione organizzata per l’istruzione collettiva” è una definizione così sommaria da nascondere perfettamente i grandi cambiamenti che, a ragione o a torto, ha subito.

I più longevi notano, forse con nostalgia, le profonde differenza tra la scuola d’impronta fascista e la scuola moderna.
Bitelli in “Ora Solenne”, mette in luce come la scuola degli anni’30 fosse particolarmente “adepta” alla formazione non solo culturale, ma anche morale degli studenti.
Per quanto questo possa sembrare estremamente positivo, è noto a tutti come l’integrità morale e l’interesse alla formazione ideologica fossero solo elementi di facciata del Littorio che, al contrario, si serviva proprio della volubilità delle giovani menti per costruire il “futuro fascismo”.
La situazione è mutata, ma non migliorata, con il boom economico che, come noto, aveva accresciuto le differenze tra classi sociali: la scuola era totalmente incapace a rispondere alle esigenze degli studenti, specie quelli appartenenti alle “nuove” classi.
Don Milani, infatti, in “Lettera ad una professoressa”, sottolinea come la scuola di quegli anni fosse ancora troppo radicata nella sua “costituzione tradizionale” palesemente inadatta al supporto degli studenti socialmente più deboli.
Non tutti, sottolinea Milani, hanno la fortuna di nascere in famiglie “privilegiate”, dunque attente alla formazione culturale della propria prole.
Figli di contadini e operai si ritrovano spesso a seguire un percorso didattico troppo spesso interrotto da periodi di vacanza che, secondo Milani, implicavano un notevole impoverimento culturale.
La scuola nell'”era della UE”, per quanto profondamente modificata nell’assetto didattico, oggi imperniato sui problemi (ed i vantaggi) dell’interculturalità, non è cambiata molto.
Lo rileva anche Marci in “Interculturalismo ed educazione linguistica” che, citando opportunamente Jean Monnet, dice: “Se dovessi ricominciare, ricomincerei dalla cultura”.
Come dargli torto?
La cultura, la storia insegna, è la matita di quell’incomprensibile disegno che è il nostro destino. Essa è, dunque, l’elemento imprescindibile per lo sviluppo delle potenzialità indivisuali, la sua assenza ci porterebbe dritti nel caos.
Risulta, quindi, necessario pensare al problema “scuola” alla luce di questo elemento: l’efficienza della scuola può essere raggiunta solo con una riforma dei costumi, dei valori nella piena libertà di pensiero. Come afferma Jean Jascques Rousseau, “il bambino sviluppa ciò che la società gli insegna”, il bambino non è una spugna che assorbe ciò che gli viene insegnato, ma rielabora sempre attivamente (e lo dice la grande R.L. Montalcini!).
Che i ministri, attuali e futuri, comprendano una volta per tutte che gli studenti non sono recipienti di informazioni, ma soggetti fondamentali della società avvenire.

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